Penso. Penso. A volte penso troppo. E’ strano l’effetto della luce al neon su una superficie curva, metallica scura. E’ strano il riflesso. La luce e il punto nero. Il piccolo tunnel scuro. Ci sono momenti in cui non bisognerebbe pensare. Ma a me non riesce. I pensieri girano vorticosamente. Ricordi. Sensazioni. Sensi di colpa. Quanti giorni sono che Giovanni lavora con noi? Non ricordo. Ricordo bene però quando ha finito la vacanza a spese dello Stato. Era già un po’ che mi vedevo con Donatella. Ero indeciso se lasciare che la madre andasse a prendere il figlio da sola o se accompagnarla. In fondo sarebbe stato normale; siamo cresciuti insieme. Quando eravamo bambini sono stato quasi un fratello maggiore per lui. Sarebbe stato contento di vedermi lì fuori ad attenderlo. Invece ho avuto paura. Una stupida e ingiustificata paura. Anzi, il giorno prima avevo detto a Donatella che non avremmo dovuto più vederci. La storia finiva lì. Doveva finire lì. Il figlio. I sotterfugi. E poi la differenza di età. Dodici anni sono davvero tanti. Troppi. Non poteva funzionare. Doveva finire lì. Ma naturalmente non è stato così. Non succede mai così. Due giorni dopo un messaggino ed eravamo di nuovo a rotolarci tra le lenzuola. Di solito fino ad allora ci si vedeva a casa di lei. Ora era sempre più difficile, c’era sempre il rischio di ritrovarsi Giovanni tra i piedi. Non so se mi sarebbe venuto in mente comunque di farlo assumere al supermercato. Fatto sta che sapere che era al lavoro mi dava qualche vantaggio. Sapevo quando era a casa. Io e Donatella potevamo divertirci in tutta sicurezza. Conoscevamo i suoi turni, anzi a volte gli consigliavo io quali turni fare. A lui il lavoro è sembrato piacere subito. E’ stata una soddisfazione vederlo sistemato all’interno di una organizzazione “regolare”. Anche i colleghi lo hanno accolto subito bene e lui si è fatto subito ben volere. In fondo l’avevo studiata bene. O forse sarebbe meglio dire l’aveva studiata bene. E’ stata Donatella a dirmi se potevo fare qualcosa per Giovanni. “Chi lo prende uno che si è fatto tre anni di galera? Però è un bravo ragazzo, ha commesso un errore, ma è colpa delle frequentazioni sbagliate. Tu lo puoi aiutare… A te ti ascolta, ha fiducia in te”. Bella fiducia. E l’altra settimana siamo andati vicino al dramma. E’ rientrato prima del previsto. Abbiamo sentito aprire la porta. “E’ Giovanni!” “No non può essere, ha il turno fino alle otto” “Ti dico che è lui”.
- Mamma sei in casa?
- Eccomi… Ero… in bagno stavo per farmi una doccia.
- Chi c’è di là?
- Nessuno. Chi dovrebbe esserci?
- Mi è sembrato di vedere la macchina di Riccardo fuori.
- Ah, si me la prestata perché la mia la devo lasciare al meccanico per il tagliando.
- Ah
- Come “Ah”?
- No, niente.
- Come mai a casa quest’ora?
- Niente. Mi ero stancato e sono uscito prima. Ho finto un malore.
- Ma Giovanni?! Cazzo hai la fortuna di trovare un lavoro appena uscito di lì e rischi di giocartelo così? Ma poi pensa se lo sapesse Riccardo.
- Si, infatti quando ho visto la macchina temevo che fosse qui. In quel caso avrei continuato a fingere. Sono bravo in queste cose. Oggi poi non era al lavoro. Quindi non mi ha visto.
- Dove vai?
- A prendere la borsa da calcetto. Vado a giocare.
- No aspetta. La prendo io.
La borsa era nella stanza di Donatella. Io nel frattempo mi ero accucciato sotto il letto. Se mi avesse visto non so cosa sarebbe successo. Ho avuto davvero paura. Pensavo a cosa avrei detto se mi avesse visto. Non sarei stato in grado di affrontarlo. Pensavo che era il momento di finirla là. Che non me la sentivo di continuare. Pensavo a tutte le cose belle che posso ancora fare, oltre che scopare con Donatella. E lei è stata brava, ha saputo affrontarlo nel modo giusto. Fredda come non sarei stato in grado di essere io.
Gli ha dato la borsa. Lui l’ha riempita del necessario per il calcetto ed è uscito. Sono rimasto alcuni minuti a respirare la polvere sotto il materasso. Quando sono uscito da sotto il letto Donatella si è messa a ridere. Io di ridere non avevo proprio voglia. Mi sono rivestito e sono andato via. Ho dovuto anche lasciarle la macchina. Ho chiamato un taxi e sono tornato a casa. La cena era sul tavolo, ma non ho mangiato niente. Mi sono infilato di corsa nella doccia e poi mi sono buttato sul letto. “Giornata pesante?” “Giornata pesante! Non sai quanto. Buonanotte!”. Non ho chiuso occhio.
Nei giorni successivi, al lavoro cercavo di capire se Giovanni sospettava qualcosa. Con Donatella non ci siamo più visti. Almeno per un certo periodo sarebbe stato meglio così.
Ora questa rapina. Magari ha organizzato tutto lui. Perché Giovanni dovrebbe fare un’altra cazzata del genere? Perché dovrebbe farmi puntare una pistola? Che senso ha? Vendetta? Gelosia? DNA delinquenziale? O magari penso questo a causa dei miei sensi di colpa e quel poveraccio non c'entra niente.
- Hey ci senti? voglio quelle cazzo di chiavi!
Il braccio allungato in avanti del tipo con la calza sul viso stringe una pistola puntata a pochi centimetri dai miei occhi. Ci sono momenti in cui non bisognerebbe pensare. Bisognerebbe dare risposte. Ho paura. Il riflesso di quella maledetta luce al neon sulla canna scura. Penso. Penso. Adesso cosa faccio?
- Hey, coglione... ci sei? Sorpresa… Ti presento la signora Berretta. Ed ora che abbiamo fatto le presentazioni, ripeto con molta calma…
voglio
quelle
chiavi
del
CAZZO!
********************
La sensazione di dolore più forte che il mio fisico mi abbia mai trasmesso. Un leggero scricchiolio, un dolore che arriva fino alla bocca dello stomaco e rimbalza per tutto il corpo, lo sbocco di sangue a fiotti. Devo aver tentennato un attimo, almeno così a me sembra. Ma, forse, anche un attimo a chi ha una pistola in mano e fa una richiesta può sembrare troppo. Ricordo di aver visto il braccio del tipo con la calza sul viso disegnare una curva a novanta gradi all’indietro per poi ripartire dandomi un ceffone con sul palmo della mano la “signora” che poco prima mi aveva presentato. Istintivamente mi sono tirato indietro, ma mi ha colpito ugualmente.
Il tipo si china su di me. Sono a terra in un lago di sangue. Mi prende il mazzo di chiavi dal passante dei pantaloni, si dirige verso l’urlo di Munch sulla parete destra. Sotto c’è la cassaforte. La apre.
- Cristo!
Dice una volta.
- Cristo!, ripete alzando il tono della voce.
- Cristoooooooooo, lancia un urlo che diventa come un latrato di un cane rabbioso.
Si dirige verso di me .
- Io ti ammazzo. Io ti ammazzo. Dove sono i soldi. Dove cazzo sono i soldi?
Dovevano esserci duecentocinquatamila euro in cassa. Non so cosa dire. So che qualunque cosa dicessi il lupo mannaro che mi sta alitando addosso non la capirebbe. Mi esce un “Non so” che non sembra essere molto gradito alla bestia.
- Non so? Tu adesso mi dici dove sono i soldi o io questo naso ora te lo stacco, hai capito?
Mi sento male, mi gira la testa, rivedo continuamente la scena della pistola che mi arriva in faccia come un treno lanciato ad alta velocità. Sbiascico parole.
- Ti dico che non lo so.
Il tipo allontana il suo viso dal mio. Si alza. Allunga il braccio teso verso di me. Dico qualcosa quasi piangendo, chiedo pietà.
- Non lo fare, ti prego, dico piagnucolando.
Non è giusto morire così. Non si può morire a trentun’anni. Quante cose ancora devo e posso fare? Lascio Donatella. Giuro che la lascio. Basta. Tanto lo sa anche lei che non può andare avanti così. Ci siamo divertiti. Ma adesso basta. Basta. Lascio anche casa di mamma. Vado a vivere da solo. Cazzo me lo posso permettere. Sono vicedirettore di un supermercato Easy Market. Trovo una brava ragazza e me la sposo. Faccio tanti bambini. A me piacciono i bambini. E poi… Ah si voglio tornare in Chiesa, voglio pregare, andare a messa, fare la comunione. Ma prima mi confesso. Si, si, mi devo confessare. Farò il bravo ragazzo. Anzi no, io sono un bravo ragazzo. Sono sempre stato un bravo ragazzo. Bravissimo a scuola. Un secchione. Laureato a ventitrè anni con lode. Ho sempre fatto le cose per bene, io. Ah e poi mi devo rifare il naso. Il naso. Dio che dolore! Dio mio aiutami, Dio mio non farmi ammazzare adesso.
Piango.
La mano sinistra del tipo sfiora il carrello della pistola, leva la sicura. Il dito indice preme a fondo il grilletto.
Chiudo gli occhi.
Pum!
Riapro gli occhi. Il colpo ha trapassato l’urlo di Munch, in mezzo alla testa.
Entra un altro tipo con un passamontagna, allarmato dallo sparo.
- Franz, che cazzo succede?
Franz si volta.
- Non ci sono i soldi.
- Cosa?
- C’era un euro in cassa. Chiaro? C’era un euro. Dio cane!
- E lui?
- Dice che non ne sa niente. Così dice.
- Ma… Aveva detto che c’erano dai 200 ai 300 mila euro.
- Già.
- Porca di quella troia!
******************************
- Non percepisco più il mio viso, sento solo un grande naso. Per il resto va bene… Matilde.
La guardo dal basso verso l’alto. Sdraiato con mani e piedi legati con nastro da pacchi. Qualcosa deve essere andato storto, lei è l’unica del gruppo ad agire a viso scoperto, probabilmente doveva fare solo la talpa, ma quegli spari che ho sentito prima devono averla costretta ad uscire allo scoperto.
- T’hanno sistemato bene. Tieni, ti ho portato del ghiaccio. Dai, ti aiuto a liberarti le mani. Franz passami le forbici.
- Le forbici? Questo qua ci ha fottuti. Ci ha fottuto l’incasso. Sai dove gliele ficco le forbici?
- Che intenzioni hai, cosa pensi di fare? , le dico fissandola negli occhi, lei sfugge il mio sguardo.
- Vediamo. Franz passami le forbici. Sbrigati! Non so se hai notato che c’è la polizia fuori.
- Dove sono gli altri? Giovanni, Saverio… Ho sentito degli spari.
- Sono al sicuro. Stai tranquillo. Come hai potuto verificare i miei amici hanno il grilletto un po’ troppo facile.
- Stai facendo una stronzata.
- Forse. Adesso lasciati ripulire un poco. Così sporco di sangue sei impresentabile.
- Stai facendo una stronzata. Rapina a mano a armata e sequestro di persona. Butteranno via la chiave.
- Diciamo che è qualcosa che ho messo in conto.
- Le forbici? Questo qua ci ha fottuti. Ci ha fottuto l’incasso. Sai dove gliele ficco le forbici?
- Che intenzioni hai, cosa pensi di fare? , le dico fissandola negli occhi, lei sfugge il mio sguardo.
- Vediamo. Franz passami le forbici. Sbrigati! Non so se hai notato che c’è la polizia fuori.
- Dove sono gli altri? Giovanni, Saverio… Ho sentito degli spari.
- Sono al sicuro. Stai tranquillo. Come hai potuto verificare i miei amici hanno il grilletto un po’ troppo facile.
- Stai facendo una stronzata.
- Forse. Adesso lasciati ripulire un poco. Così sporco di sangue sei impresentabile.
- Stai facendo una stronzata. Rapina a mano a armata e sequestro di persona. Butteranno via la chiave.
- Diciamo che è qualcosa che ho messo in conto.
Lo dice con un’espressione che non avrei mai pensato di vedere in lei. Malizia. Furbizia. Un pizzico di cattiveria svelato da un accenno di sorriso. E’ sempre stata sulle sue. Seria. Sempre poca confidenza. Riservata. In un certo qual modo insignificante. Ricordo che un giorno Saverio mi raccontò che c’aveva provato e che lei lo aveva subito stoppato. Erano i primi tempi che lavorava da noi; stavo parlando di donne con Saverio, io buttai lì una frase un po’ per gioco, un po’ no. “Io a Matilde… Che dire… una bottarella gliela darei… con quelle belle chiappone!” “No, guarda lascia perdere. Non sprecare il tuo tempo. Quella la tiene in cassaforte e ha dimenticato la combinazione.” “E tu che ne sai?” “Indovina un po’? Ho verificato.” “Certo che pure te… Basta che respirano. T’attacchi a tutto”
- Fagli tirare fuori i soldi. Basta salamelecchi, io glielo rispacco il naso.
- Calmo Franz. Ogni cosa al suo tempo. Ora abbiamo il problema della polizia. Tu e Sal prendete il belloccio qui e portatelo davanti alla porta a vetri dell’entrata, puntategli la pistola alla testa e mettetelo bene in mostra.
- Calmo Franz. Ogni cosa al suo tempo. Ora abbiamo il problema della polizia. Tu e Sal prendete il belloccio qui e portatelo davanti alla porta a vetri dell’entrata, puntategli la pistola alla testa e mettetelo bene in mostra.
Fanno come ha detto Matilde. Ubbidiscono senza fiatare. Mi trascinano davanti all’entrata, riesco a vedere che nel frattempo sono arrivati sia carabinieri che polizia, manca solo la guardia di finanza. In compenso si è radunata una gran folla di curiosi. Tutti a guardare il mio bel viso tumefatto e i pistoloni. Forse lì in mezzo c’è anche Donatella. Chissà.
Mentre sono esposto come un pesce in acquario, si sente il rumore delle serrande. Le ha attivate Matilde. Tutte le serrande chiuse in pochi minuti. Ora siamo barricati. Che intenzioni hanno questo branco di svitati? E che fine hanno fatto i soldi? Continuano a incolpare me, ma non ne so nulla. Chi, allora? Mi trascinano di nuovo verso l’ufficio. Mi sbattono a terra.
Mentre sono esposto come un pesce in acquario, si sente il rumore delle serrande. Le ha attivate Matilde. Tutte le serrande chiuse in pochi minuti. Ora siamo barricati. Che intenzioni hanno questo branco di svitati? E che fine hanno fatto i soldi? Continuano a incolpare me, ma non ne so nulla. Chi, allora? Mi trascinano di nuovo verso l’ufficio. Mi sbattono a terra.
- Che si fa ora?
- Calma Franz. Ci vuole calma. Stiamo qui e aspettiamo.
- Cosa cazzo aspettiamo?
- Questo.
- Calma Franz. Ci vuole calma. Stiamo qui e aspettiamo.
- Cosa cazzo aspettiamo?
- Questo.
Uno squillo. Dal telefono sulla mia scrivania.
******************************
Ancora non mi sono completamente ripreso. Il dottore ha detto che ho ustioni di secondo e terzo grado estese su gran parte del corpo. La pelle è dolorante, i piedi ancora bruciano. La prima persona che vorrei rivedere e al tempo stesso temo di vedere è Donatella. Chissà che effetto le farà. Credo di essere impresentabile. Ma forse non è questo l'importante. Mia madre è al di là del vetro. Riesco a malapena a metterla a fuoco, però percepisco che è lì.
- Le farò poche domande, dottor Valle. Capisco il suo stato e i medici hanno raccomandato di non stancarla troppo. Ma io ho bisogno di farle alcune domande.
Il tipo che parla indossa un camice e una mascherina, ma sicuramente non è ne un medico ne un infermiere. E' entrato senza accendere la luce; c'è solo una piccola luce fioca che lascia la stanza nella penombra. Intravedo un'altra persona che si tiene a distanza, riconosco appena la sua sagoma nella semioscurità.
- Sono il Commissario Cecchi. Ho bisogno di chiederle qualcosa riguardo a quanto avvenuto all'interno dell'Easy Market due giorni fa, intendo... fino al momento dello scoppio e dell'incendio. Lei è stato salvato da un vigile del fuoco altrimenti adesso sarebbe carbonizzato. Ricorda qualcosa?
- Non ricordo nulla. Almeno mi sembra.
- Lei è stato trovato legato mani e piedi nel suo ufficio. Tutto era in fiamme.
Qualcosa la ricordo. Il fumo, le fiamme. Ma tutto è confuso, e anche se ricordassi bene, non sono sicuro che mi convenga raccontare tutto ad un poliziotto.
- E gli altri?
- I vigili hanno tirato fuori oltre a lei un'altra persona. Ma per ora è impossibile interrogarlo. E' sotto sedativi.
- Chi è?
- Giovanni Salviati.
- Giovanni! Come sta?
- Non troppo bene, ma i medici sono fiduciosi. Mi scusi, Valle... Ricorda qualcosa della rapina? Qualcosa della banda, quanti erano? quante persone erano dentro il supermercato? ricorda qualcosa?
- Non so... sono confuso.
Un flash. Il mio naso frantumato dal colpo di Franz.
- Ricordo un rapinatore. Si. Aveva il volto coperto. Ricordo che mi ha colpito. Mi deve aver rotto il naso. Credo si chiamasse Franz. Mi sembra di ricordare che qualcuno lo chiamava Franz. Non ricordo altro.
- Si sforzi.
- Le ho detto, commissario. Sono confuso. Ma gli altri?
- Non sappiamo bene ancora come siano andate le cose. Ci sono state tre esplosioni provenienti dall'interno del supermercato ed è scoppiato un grosso incendio. Abbiamo trovato quattro morti carbonizzati, stiamo procedendo all'identificazione. Sembra che una sia la signora Francesca Contini, un altro dovrebbe essere un certo Roberto Chiattoni. Il terzo e il quarto non li abbiamo ancora identificati. I nomi che le ho fatto le dicono qualcosa?
- Non saprei.
Faccio una pausa. Chiudo gli occhi che riesco a tenere aperti a fatica. Sento la stanza girare attorno a me. mi sembra che il letto stia camminando, eppure so di essere fermo. Le palpebre bruciano. Vedo fasci di luce rossa che mi accecano. Poi mi viene alla mente la corpulenta figura della signora del catering. Riapro gli occhi.
- Francesca Contini ha detto?
- Si. Le dice niente?
- Si. E' una nostra cliente.
- Era.
- Si, era. Lavorava per una società di catering.
- E Roberto Chiattoni?
- Non so, non possiamo conoscere tutti i nostri clienti.
- Senta Valle.... quanti soldi avevate in cassaforte lo ricorda?
Sto per rispondere, ma si apre la porta.
- Signor commissario, non più di cinque minuti. Le devo chiedere di uscire.
- Si solo un momento... Allora Valle?
- Mi lasci pensare. Credo sui trecentomila Euro.
- Ed è normale avere tutti quei liquidi?
Alla sua domanda mi scappa un colpo di tosse, sento un dolore lungo tutte le ustioni. Il medico appena entrato se ne accorge e si avvicina.
- La prego commissario...
- Va beneValle. Per oggi basta così. Ci rivedremo nei prossimi giorni, nella speranza che lei stia meglio e che si ricordi qualche particolare in più. Ho ancora molte cose da chiederle. Arrivederci.
Faccio un gesto con la mano. Non riesco neanche ad aprire bocca. I due poliziotti escono e entrano due infermieri. Procedono alle medicazioni e controllano la flebo. I dolori poco a poco si placano. Mi si chiudono gli occhi. Finalmente dormo.
- Le farò poche domande, dottor Valle. Capisco il suo stato e i medici hanno raccomandato di non stancarla troppo. Ma io ho bisogno di farle alcune domande.
Il tipo che parla indossa un camice e una mascherina, ma sicuramente non è ne un medico ne un infermiere. E' entrato senza accendere la luce; c'è solo una piccola luce fioca che lascia la stanza nella penombra. Intravedo un'altra persona che si tiene a distanza, riconosco appena la sua sagoma nella semioscurità.
- Sono il Commissario Cecchi. Ho bisogno di chiederle qualcosa riguardo a quanto avvenuto all'interno dell'Easy Market due giorni fa, intendo... fino al momento dello scoppio e dell'incendio. Lei è stato salvato da un vigile del fuoco altrimenti adesso sarebbe carbonizzato. Ricorda qualcosa?
- Non ricordo nulla. Almeno mi sembra.
- Lei è stato trovato legato mani e piedi nel suo ufficio. Tutto era in fiamme.
Qualcosa la ricordo. Il fumo, le fiamme. Ma tutto è confuso, e anche se ricordassi bene, non sono sicuro che mi convenga raccontare tutto ad un poliziotto.
- E gli altri?
- I vigili hanno tirato fuori oltre a lei un'altra persona. Ma per ora è impossibile interrogarlo. E' sotto sedativi.
- Chi è?
- Giovanni Salviati.
- Giovanni! Come sta?
- Non troppo bene, ma i medici sono fiduciosi. Mi scusi, Valle... Ricorda qualcosa della rapina? Qualcosa della banda, quanti erano? quante persone erano dentro il supermercato? ricorda qualcosa?
- Non so... sono confuso.
Un flash. Il mio naso frantumato dal colpo di Franz.
- Ricordo un rapinatore. Si. Aveva il volto coperto. Ricordo che mi ha colpito. Mi deve aver rotto il naso. Credo si chiamasse Franz. Mi sembra di ricordare che qualcuno lo chiamava Franz. Non ricordo altro.
- Si sforzi.
- Le ho detto, commissario. Sono confuso. Ma gli altri?
- Non sappiamo bene ancora come siano andate le cose. Ci sono state tre esplosioni provenienti dall'interno del supermercato ed è scoppiato un grosso incendio. Abbiamo trovato quattro morti carbonizzati, stiamo procedendo all'identificazione. Sembra che una sia la signora Francesca Contini, un altro dovrebbe essere un certo Roberto Chiattoni. Il terzo e il quarto non li abbiamo ancora identificati. I nomi che le ho fatto le dicono qualcosa?
- Non saprei.
Faccio una pausa. Chiudo gli occhi che riesco a tenere aperti a fatica. Sento la stanza girare attorno a me. mi sembra che il letto stia camminando, eppure so di essere fermo. Le palpebre bruciano. Vedo fasci di luce rossa che mi accecano. Poi mi viene alla mente la corpulenta figura della signora del catering. Riapro gli occhi.
- Francesca Contini ha detto?
- Si. Le dice niente?
- Si. E' una nostra cliente.
- Era.
- Si, era. Lavorava per una società di catering.
- E Roberto Chiattoni?
- Non so, non possiamo conoscere tutti i nostri clienti.
- Senta Valle.... quanti soldi avevate in cassaforte lo ricorda?
Sto per rispondere, ma si apre la porta.
- Signor commissario, non più di cinque minuti. Le devo chiedere di uscire.
- Si solo un momento... Allora Valle?
- Mi lasci pensare. Credo sui trecentomila Euro.
- Ed è normale avere tutti quei liquidi?
Alla sua domanda mi scappa un colpo di tosse, sento un dolore lungo tutte le ustioni. Il medico appena entrato se ne accorge e si avvicina.
- La prego commissario...
- Va beneValle. Per oggi basta così. Ci rivedremo nei prossimi giorni, nella speranza che lei stia meglio e che si ricordi qualche particolare in più. Ho ancora molte cose da chiederle. Arrivederci.
Faccio un gesto con la mano. Non riesco neanche ad aprire bocca. I due poliziotti escono e entrano due infermieri. Procedono alle medicazioni e controllano la flebo. I dolori poco a poco si placano. Mi si chiudono gli occhi. Finalmente dormo.
******************************
Sento freddo. Forse è il quasi buio o forse no. Schizzi di luce intermittente verdolina quasi impercettibili, ma fastidiosissimi, non mi lasciano dormire. Vorrei che Donatella fosse qui. Vorrei che ci baciassimo adesso. Vorrei succhiarle i capezzoli. Vorrei che si chinasse su di me. Ma è notte e Donatella non verrà. Non è venuta neanche oggi. In ogni momento della giornata, in ogni ora della giornata, ormai da giorni attendo che la porta si apra. Perché ancora non ho potuto vederla? Cosa è successo?
Osservo il cellulare. Lo faccio a intervalli regolari. Controllo se c’è campo. Ho mandato dei messaggi, ma niente risposta. E’ come se non esistessi. O è come se non esistesse lei. Eppure sono sicuro che verrà, magari quando meno me lo aspetto. Magari proprio adesso. E’ quello che mi ripeto da ore. Da giorni. Mi lascio andare. E’ così che si fa. Bisogna saper riposare, bisogna sapere rilasciare i muscoli del corpo e sprofondare nel sonno.
Una luce lentamente aumenta gradualmente nella stanza. Viene da fuori. E’ la porta che si apre. Vedo solo una sagoma scura, ma riesco a distinguere chiaramente Donatella. Si avvicina.
“Finalmente sei qui.”
“Si amore mio. Sono qui.”
“Perché solo ora e perché a quest’ora?”
“Non è stato facile.”
“La polizia?”
“Si certo. Ma tutto procede tranquillamente. Stai tranquillo”
“Da me non hanno saputo nulla”
“Si, lo so”
“Si amore mio. Sono qui.”
“Perché solo ora e perché a quest’ora?”
“Non è stato facile.”
“La polizia?”
“Si certo. Ma tutto procede tranquillamente. Stai tranquillo”
“Da me non hanno saputo nulla”
“Si, lo so”
Mi appoggia una mano sulla fronte. E’ strano la sento fredda. O forse ora sono io che sono caldo.
“La polizza?”
“E’ tutto a posto. Adesso devi riposare”
“Sai che ti ho pensato tanto?”
“Anche io”
“Ho spesso immaginato che entrassi da quella porta. Una volta avevi il vestito blu con le righine bianche. Te lo ricordi. Non avevo mai immaginato che potessi arrivare nel cuore della notte. Così all’improvviso. Una volta ti ho visto che entravi dalla finestra. Di giorno però. Mi dicevi che era tutto a posto. La polizza era al sicuro. Un’altra volta sei uscita da sotto il letto. Eri nuda e abbiamo fatto l’amore. Ti ho pensato tanto in questi giorni. Quasi non ho dormito pensando a te.”
“E’ tutto a posto. Adesso devi riposare”
“Sai che ti ho pensato tanto?”
“Anche io”
“Ho spesso immaginato che entrassi da quella porta. Una volta avevi il vestito blu con le righine bianche. Te lo ricordi. Non avevo mai immaginato che potessi arrivare nel cuore della notte. Così all’improvviso. Una volta ti ho visto che entravi dalla finestra. Di giorno però. Mi dicevi che era tutto a posto. La polizza era al sicuro. Un’altra volta sei uscita da sotto il letto. Eri nuda e abbiamo fatto l’amore. Ti ho pensato tanto in questi giorni. Quasi non ho dormito pensando a te.”
E’ notte profonda. Un leggero, flebile chiarore nella stanza 14 del reparto grandi ustionati.
Una luce lentamente aumenta gradualmente nella stanza. Viene da fuori. E’ la porta che si apre. Vedo solo una sagoma scura, ma riesco a distinguere chiaramente Donatella. Si avvicina.
Una luce lentamente aumenta gradualmente nella stanza. Viene da fuori. E’ la porta che si apre. Vedo solo una sagoma scura, ma riesco a distinguere chiaramente Donatella. Si avvicina.
“Finalmente sei qui.”
“Si amore mio. Sono qui.”
“Perché solo ora e perché a quest’ora?”
“Non è stato facile.”
“La polizia?”
“Si certo. Ma tutto procede tranquillamente. Stai tranquillo”
“Da me non hanno saputo nulla”
“Si, lo so”
“Come sta Giovanni?”
“E’ morto. Giovanni è morto”
Scoppia a piangere. L’incendio dell’Easy Market. Non ce l’ha fatta. Mi si avvicina. Provo ad abbracciarla.
“Ho spesso immaginato che entrassi da quella porta. Una volta eri nuda e abbiamo fatto l’amore. Poi mi hai detto di Giovanni. E sei scoppiata a piangere.”
“Si amore mio. Sono qui.”
“Perché solo ora e perché a quest’ora?”
“Non è stato facile.”
“La polizia?”
“Si certo. Ma tutto procede tranquillamente. Stai tranquillo”
“Da me non hanno saputo nulla”
“Si, lo so”
“Come sta Giovanni?”
“E’ morto. Giovanni è morto”
Scoppia a piangere. L’incendio dell’Easy Market. Non ce l’ha fatta. Mi si avvicina. Provo ad abbracciarla.
“Ho spesso immaginato che entrassi da quella porta. Una volta eri nuda e abbiamo fatto l’amore. Poi mi hai detto di Giovanni. E sei scoppiata a piangere.”
Non capisco. Sento freddo. Forse è il quasi buio o forse no. Schizzi di luce intermittente verdolina quasi impercettibili, ma fastidiosissimi, non mi lasciano dormire. Mi sembra che tutto sia un continuo deja vu. Vorrei davvero che Donatella fosse qui. Ma di notte non entra nessuno in stanza. Tranne l’infermiera.
Eccola. Si avvicina. Nella penombra percepisco che non è nessuna delle infermiere di turno.
Eccola. Si avvicina. Nella penombra percepisco che non è nessuna delle infermiere di turno.
“Donatella ho sempre sognato di vederti vestita da infermiera”
“Non fare il cretino.”
“Dico davvero”
“Non era facile venire a trovarti senza che qualcuno sospettasse qualcosa”
“La polizia?”
“E’ tutto sotto controllo”
“E il bottino?”
“Al sicuro.”
“Questa volta ci cambierà la vita”
“Ne puoi star certo”
“Baciami.”
Avvicina le sue labbra alle mie. Le sento fredde o forse sono io troppo caldo.
“Non fare il cretino.”
“Dico davvero”
“Non era facile venire a trovarti senza che qualcuno sospettasse qualcosa”
“La polizia?”
“E’ tutto sotto controllo”
“E il bottino?”
“Al sicuro.”
“Questa volta ci cambierà la vita”
“Ne puoi star certo”
“Baciami.”
Avvicina le sue labbra alle mie. Le sento fredde o forse sono io troppo caldo.
“Adesso devi prendere le pillole”
“Si è vero.”
Mi porge delle pillole; come farebbe una vera infermiera.
Inghiotto.
Mi passa un panno umido sulle labbra. E’ sempre premurosa con me Donatella.
Mi dice: “Ora dormi, Riccardo. Ora puoi riposare”. Si alza dal letto su cui era seduta, qui vicino a me. Se ne va lentamente.
“Si è vero.”
Mi porge delle pillole; come farebbe una vera infermiera.
Inghiotto.
Mi passa un panno umido sulle labbra. E’ sempre premurosa con me Donatella.
Mi dice: “Ora dormi, Riccardo. Ora puoi riposare”. Si alza dal letto su cui era seduta, qui vicino a me. Se ne va lentamente.
E’ notte. Respiro a fatica. Il ricordo di Donatella. Ricordo ogni suo singolo passo. La vedo e la rivedo andare via nella sua uniforme da infermiera. Ricordo, ricordo, ricordo. Col fiato sempre più corto. Ricordo, ricordo, ricordo. Sempre più fatica nel respiro. Fino a non ricordare più.
Freddo.



3 commenti:
botta di nostalgia da easymarket o voglia di farci qualcosa?
giusto la settimana scorsa, sistemando delle carte, ho ritrovato il raccoglitore dove ho tenuto tutte le stampe da blog comune, ho ripensato all'entusiasmo che ci abbiamo messo, al pensiero fisso sulla storia, agli schizzi dell'interno del supermercato per capire come collocare e come far muovere i personaggi... che lavoro! e che bella esperienza! :-)
ovviamente, blogex
Stavo pensando che forse la storia di Riccardo riusciva a "reggere" anche senza il "contorno"... volevo vedere se era così...
Calamar
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